Paesaggi con figura. Immagini di Toscana dagli Archivi Alinari

La mostra fotografica Paesaggi con figura. Immagini di Toscana dagli Archivi Alinari, curata da Simona Dominici e Valentina Lusini, trae origine dalla collaborazione tra l’Università per Stranieri di Siena, la FAF Toscana – Fondazione Alinari per la Fotografia e il Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga. Il progetto, nato da questo dialogo inter-istituzionale e inizialmente ospitato presso il Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga nel periodo gennaio-settembre 2025, si rinnova ora nella versione virtuale qui presentata, offrendo ulteriori opportunità di fruizione e approfondimento oltre l’allestimento originario.
Il percorso espositivo raccoglie una composita antologia di sessantuno scatti fotografici in bianco e nero provenienti dagli Archivi Alinari che documentano il rapporto tra paesaggio rurale e paesaggio urbano in Toscana, in particolare nell’area senese, lungo l’arco di più di un secolo. Le immagini mostrano le trasformazioni storiche, sociali e culturali che hanno interessato Siena e i territori dei dintorni tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e gli anni Ottanta del Novecento; sono ritratti di paesaggi di città e campagna segnati dalla presenza umana, animati dal lavoro, dalla festa, dalla vita quotidiana, in una prospettiva narrativa che configura la vivace fisionomia dei luoghi abitati e restituisce la dinamicità delle esperienze e dei vissuti.

Il lavoro di ricerca ha preso avvio da un interrogativo fondamentale: in che modo è possibile interpretare un paesaggio al di là della sua dimensione visiva?
La rappresentazione del paesaggio come “quadro” è fondativa della modernità che riconosce il paesaggio in virtù della rilevanza estetica e del carattere di eccezionalità che ne impongono la protezione. Un’impostazione che caratterizza anche la normativa. Nella legge del 29 giugno 1939 n.1497, l’art. 2 stabilisce che devono essere sottoposte a tutela «le bellezze panoramiche, considerate come quadri naturali». La formulazione è ripresa quasi identica anche nel Testo Unico dei Beni Culturali (DL 490 del 24 ottobre 1999) in cui all’art. 139 si parla delle «bellezze panoramiche considerate come quadri» come beni da tutelare; una formulazione ripresa anche nel testo del Codice Urbani (DL 22 gennaio 2004, n. 42, art. 136) e solo recentemente modificata in «le bellezze panoramiche» nel Codice aggiornato con il DL del 26 marzo 2008, n. 63.
Nel panorama degli studi sul paesaggio, la figura di Emilio Sereni continua a esercitare una profonda influenza sul dibattito intellettuale italiano. Storico, politico e studioso di straordinario calibro, con la sua Storia del paesaggio agrario italiano (1961) ha ridefinito radicalmente l’approccio alla lettura e all’interpretazione del paesaggio. Sereni è stato infatti il primo a concepire il paesaggio non solo come elemento estetico o naturale, ma come prodotto storico dell’attività umana e, più in particolare, dell’interazione tra le comunità agricole e il territorio. La sua visione ha influenzato generazioni di studiosi e continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile per chi si occupa di paesaggio in Italia, introducendo un metodo interdisciplinare che prevede l’integrazione di storia agraria, geografia, economia e antropologia culturale.
Prendendo in prestito le stesse parole di Sereni, il paesaggio che questa mostra intende raccontare è «un fare e un farsi di genti vive, con le loro attività produttive, con le loro forme di vita associata, con le loro lotte, con la lingua che di quelle attività produttive, di quella vita associata, di quelle lotte era il tramite, anch’esso vivo, produttivo e perennemente innovatore» (1972: 19).
Il mutamento della conformazione degli spazi abitati ha rappresentato il principale criterio orientativo per questo dialogo tra contesti – rurale e urbano – considerati in un rapporto di continuità.
Da questa prospettiva iniziale, il processo di ricerca ha fatto emergere ulteriori dimensioni che hanno consentito di esaminare il nesso tra città e campagna dal punto di vista della stratificazione sociale, con particolare riguardo alle pratiche d’uso degli spazi e alle dinamiche attraverso cui i diversi gruppi sociali si relazionano nei due contesti.
Seguendo tale approccio interpretativo, il racconto di documentazione fotografica ha indagato la metamorfosi dei paesaggi – urbani e rurali – come esiti dell’azione umana collettiva e, in quest’ottica di equilibrio, un riferimento imprescindibile è stato l’affresco di Ambrogio Lorenzetti del 1338-1339, gli Effetti del Buon Governo, dove città e campagna appaiono come due universi di produzione e di esistenza – domestica, comunitaria – che si compenetrano attraverso molteplici canali.
In chiave antropologica, si è trattato nel complesso di interrogare anche la capacità della fotografia di restituire le configurazioni sociali dell’articolazione rurale-urbano, di ricomporre il senso dei luoghi non solo da un punto di vista architettonico o di assetto territoriale, ma anche in quella che è la loro portata emotiva e simbolica, dunque dal punto di vista degli attori sociali.

Vincenzo Balocchi, Fotografo nella campagna toscana, 1935, pellicola di acetato di cellulosa, 6 x 9 cm, N negativo gelatina ai sali di argento, Archivi Alinari-archivio Balocchi, Firenze, BVA-S-000374-3762.

I. I lavori in campagna

Nell’elaborazione del percorso espositivo e della sua articolazione narrativa, il principio curatoriale ha previsto l’alternanza tra ambientazioni rurali e urbane di sezione in sezione, sviluppando quattro nuclei tematici distinti.
Il primo segmento tematico si è concentrato sulle pratiche agricole, e in particolare su quelle produzioni fondamentali – cereali, vino, olio e allevamento, in special modo dei suini – che connotano il territorio. Attraverso le fotografie selezionate si evidenziano le trasformazioni tanto nella gestione paesaggistica quanto nelle tecnologie e negli strumenti produttivi dall’aratro al trattore (Figg. 1-8). Un elemento determinante è rappresentato dalle sistemazioni idraulico-agrarie: modelli di gestione territoriale concepiti per assicurare l’equilibrio ottimale tra caratteristiche del suolo e regime delle acque al fine di garantire rese produttive soddisfacenti. Negli anni Cinquanta, il geografo francese Henri Desplanques (1959) catalogò queste tecniche nelle colline dell’Italia centrale, distinguendo essenzialmente due tipologie: quelle che si adattano alla morfologia naturale del terreno e quelle che la rimodellano integralmente. Nel primo insieme si colloca il rittochino, dove i filari discendono linearmente dalla sommità al fondovalle seguendo la massima pendenza. Vi sono poi il cavalcapoggio e il girapoggio, quest’ultimo osservabile nella fotografia Veduta di vigneti (Fig. 6), che prevedono una sistemazione “per traverso” che asseconda approssimativamente le curve di livello del terreno. Le sistemazioni denominate ciglionamenti e terrazzamenti, più complesse rispetto a quelle precedentemente menzionate e in realtà note fin dal Neolitico, hanno costituito invece una vera rivoluzione paesaggistica, consentendo la coltivazione di versanti anche molto ripidi attraverso una necessaria trasformazione dell’aspetto collinare. L’Accademia dei Georgofili, istituita nel 1753, ebbe un ruolo determinante nella diffusione di questi metodi in Toscana. Qui, agronomi come Cosimo Ridolfi – nobile fiorentino considerato tra i fondatori dell’agronomia italiana – elaborarono tecniche sempre più raffinate, che trasformarono la campagna toscana in un laboratorio a cielo aperto fino agli anni Cinquanta del Novecento.
Nel periodo fra gli anni Settanta e Novanta, il sistema agrario fondato sulla mezzadria andò incontro al collasso, a seguito soprattutto delle trasformazioni legislative e socio-economiche avviate nel dopoguerra. La legge 756 del 15 settembre 1964 aveva già vietato la stipulazione di nuovi contratti di mezzadria, mentre la legge 203 del 3 maggio 1982 impose la conversione obbligatoria entro il 1986 di tutti i contratti esistenti in affitti a coltivatore diretto. Le zone rurali meno produttive si spopolarono, le persone si spostarono in città e molte aree un tempo coltivate videro il ritorno del bosco. Il successivo incremento delle produzioni, che comportò una progressiva diminuzione dei costi, fu favorito dalla diffusione di nuovi strumenti meccanici e prodotti chimici: giunsero le macchine agricole e si imposero nuovi sistemi e tecniche colturali, come l’uso dei fertilizzanti. La “nuova” agricoltura si concentrò però su superfici più grandi e facilmente accessibili, abbandonando i terreni in pendenza e le aree difficili da meccanizzare perché non più economicamente convenienti.
La documentazione fotografica mostra in modo chiaro le trasformazioni che hanno avuto nel tempo effetti anche vistosi sulla conformazione del territorio agrario, evidenziando come il paesaggio rurale costituisca un elemento centrale dell’identità collettiva territoriale della quale occorre riconoscere la natura intrinsecamente dinamica. Sarebbe un errore congelarlo in un’immagine idealizzata, scollegandolo dalla realtà economica e sociale di chi lo vive quotidianamente: si rischierebbe di pensare che il “buon paesaggio” sia solo quello del passato. Ritenere che i muretti a secco costruiti manualmente rappresentino l’“autentico” paesaggio toscano significherebbe ignorare le necessità produttive contemporanee. Ciò che conta dal punto di vista antropologico è che questi paesaggi, che provengono dal passato, sono investiti dal presente, dall’attenzione, dalle esigenze, dalla sensibilità e dalla coscienza del presente.

2. Fratelli Alinari, Contadini intenti a dar fuoco agli sterpi in un’area campestre della Toscana, 1930 ca., lastra di vetro, 21 x 27 cm, N negativo gelatina ai sali di argento, Archivi Alinari, Firenze, ACA-F-043748-0000.

II. I lavori in città

La fotografia della Fiera del bestiame in Piazza d’Armi a Siena (Fig. 9) introduce il tema dei lavori nel contesto urbano e testimonia le connessioni tra la città e la campagna.
Come mostrano altre fotografie di questa sezione (Figg. 26-28), se da una parte il commercio del bestiame era un’attività riservata agli uomini, la vendita dei prodotti della campagna costituiva un affare prevalentemente femminile. Le donne delle famiglie contadine avevano infatti un ruolo fondamentale nella gestione non solo della casa e dei figli, ma anche dei prodotti agricoli e manifatturieri, dell’orto e degli animali da cortile. Mentre gli uomini erano occupati nei campi nel lavoro finalizzato alla rendita del podere, le donne andavano al mercato per vendere frutta, ortaggi, pollame e uova, contribuendo al guadagno della famiglia.
Come testimonia un altro gruppo di fotografie presente in questo nucleo tematico (Figg. 14-17) riferito alla divisione sessuale del lavoro, quello femminile sembra essere il “polmone”, il “cardine elastico” della famiglia colonica: una condizione confermata largamente anche dai dati di ricerca su fonti orali. Partendo dagli spazi circoscritti alla triade casa-cortile-orto, le mansioni femminili si espandono variamente, a seconda delle esigenze di tutti i settori produttivi, garantendo il funzionamento di diversi ambiti della vita sia familiare che poderale. La donna lavora nei campi, rigoverna la casa, talora porta a pascolare o cura gli animali da cortile, fila, tesse e collabora in molteplici attività (panificazione, bucato, ecc.). E non si dimentichi il suo ruolo centrale di madre, funzione determinante per il modello tradizionale mezzadrile di sviluppo dei cicli familiari.
I rapporti tra i due contesti territoriali (città-campagna) possono essere esplorati anche attraverso altre dimensioni della vita quotidiana, come quelle del turismo o del gioco. L’interesse antropologico per il tema del gioco nasce dalla consapevolezza che le attività ludiche costituiscono una chiave di lettura fondamentale per decifrare i codici culturali, i sistemi di valori, le strutture sociali e i processi di trasmissione del sapere di ogni società. Il gioco, infatti, non è mai un’attività puramente ricreativa: è sempre culturalmente connotato, socialmente significativo e simbolicamente denso, come mostrano le fotografie che raccontano le attività di svago, mettendo in relazione vari aspetti: le pratiche ludiche, i luoghi dedicati al gioco e i rapporti tra i generi nelle attività infantili (Figg. 18-21).
Nel volume Cultura contadina in Toscana (1989), che raccoglie contributi di diversi autori chiamati a esplorare le molteplici dimensioni della vita rurale tradizionale – dalla casa al lavoro, dall’infanzia ai rituali comunitari – Alessandro Fornari dedica un ampio capitolo all’universo ludico delle comunità rurali tradizionali, esaminando tanto i processi di crescita e socializzazione infantile quanto le diverse tipologie di gioco che comportano modalità specifiche di interazione con lo spazio e gli oggetti. Emerge così come le attività ludiche svolgano una funzione che trascende lo sviluppo di abilità motorie e sociali: esse rappresentano un canale fondamentale attraverso cui il bambino assorbe, spesso inconsapevolmente, l’eredità culturale della propria comunità, incorporando codici simbolici, gesti rituali tramandati e modalità relazionali che lo radicano nella tradizione della sua comunità.
Come il gioco, anche il turismo rappresenta un tema centrale nel panorama degli studi antropologici. In Storia delle vacanze (2001), Orvar Löfgren analizza alcuni dei processi attraverso i quali il turismo è divenuto una parte tanto importante della vita moderna, contribuendo all’affermarsi di nuovi modi di guardare il paesaggio, occupare e reclamare spazi, ricercare nuove esperienze e conoscenze. Il fenomeno della vacanza, definita da Löfgren come un “laboratorio culturale” dove gli individui sperimentano nuovi assetti identitari, è in effetti diventato una componente centrale della modernità e un motore di trasformazioni socioculturali su scala globale. Partendo da questo assunto, l’antropologo esplora due secoli di storia della villeggiatura attraverso una prospettiva storica comparativa, riconoscendo nel turismo il primo vero fenomeno di contatto interculturale di massa e un oggetto privilegiato per studiare i processi di ibridazione culturale tra localismo e globalizzazione.
La selezione di immagini relative al tema del turismo (Figg. 10-13) illustra l’evoluzione delle pratiche turistiche nel contesto specifico della Toscana centrale, documentando una trasformazione che va dal fenomeno della gita domenicale nelle campagne del Chianti, inizialmente circoscritto alle famiglie borghesi, fino alle prime forme di turismo di massa alle Terme di Chianciano. Particolare attenzione è rivolta, inoltre, ai cambiamenti dei mezzi di trasporto utilizzati – tra cui le automobili, la Vespa, i primi pulmini dei viaggi organizzati – che hanno progressivamente plasmato un territorio, creando nuove dinamiche e geografie della mobilità declinate in veri e propri “paesaggi di transito” (Löfgren, 2001): spazi territoriali ridefiniti dalla logica del movimento e dell’attraversamento turistico, dove infrastrutture, servizi e paesaggio stesso si adattano per accogliere e facilitare i flussi di visitatori.

26. Autore non identificato, Venditrice ambulante in Piazza del Campo in un giorno di pioggia, Siena. Cartolina inviata dall’autore a Vincenzo Balocchi, 1930 ca., cartolina, 10,5 x 14,5, Archivi Alinari-archivio Balocchi, Firenze, BVA-F-004062-0000.

III. Architetture rurali e vita quotidiana

Nella terza sezione vengono documentate le architetture rurali, la casa colonica e la famiglia mezzadrile.
La Toscana collinare rappresenta, come noto, la culla della mezzadria classica: un rapporto lavorativo costituito in realtà da una societas che si diffuse sin dal Medioevo attorno ai centri urbani della Toscana centrale, generando quella campagna urbanizzata, caratterizzata da poderi e fattorie, pievi, borghi e castelli, che rimase una delle più rilevanti forme di conduzione poderale almeno sino alla prima metà del Novecento.
Le fotografie di questo terzo nucleo tematico documentano le tipologie delle dimore coloniche caratteristiche della Toscana mezzadrile (Figg. 29-31) e le scene di vita quotidiana che le animavano (Figg. 32; 50-51). In un celebre studio pubblicato nel 1936, l’antropologo Giuseppe Pagano e l’architetto Guarniero Daniel utilizzarono la documentazione fotografica per mappare il patrimonio culturale rurale italiano, identificando alcuni elementi comuni. In particolare, nell’area centrale della penisola, la Toscana mostrava abitazioni rurali di due tipologie: a monoblocco, che nelle loro origini erano torri di avvistamento, con la parte abitativa al piano superiore cui spesso si accedeva tramite scale esterne, come nelle fotografie Una donna che fila la lana all’arcolaio, seduta di fronte ad una casa rustica, in una strada di San Gimignano (Fig. 29) e Casa colonica nella campagna del Chianti (Fig. 30) oppure a più corpi, tendenzialmente due: la sezione abitativa e quella destinata alla stalla o alla porcilaia. Questa disposizione degli edifici a “L” generava uno spazio condiviso, che diveniva dunque luogo di lavoro e fatica, ma anche di quotidianità, dove si alimentavano relazioni e scambi. Uno spazio di incontro e di definizione dei ruoli tanto lavorativi quanto sociali tra uomini e donne, anziani e giovani. Ciò viene testimoniato da queste stesse immagini: l’aia nell’epoca mezzadrile era luogo di produzione, di svago, ma soprattutto delle relazioni quotidiane. Relazioni che spesso erano forzate. Va ricordato infatti che la famiglia mezzadrile era poli-nucleare, ossia composta da più nuclei coniugali riuniti in un gruppo domestico lavorativo solidaristico, e che in questo sistema di comunità domestica, che serviva essenzialmente per la gestione del podere, non sempre si sceglieva con chi relazionarsi, anzi si finiva insieme per necessità. Come suggerisce l’antropologo Pier Giorgio Solinas (2004: 107): «Magari all’epoca era vissuta come una condanna, oggi forse è vissuta quasi con nostalgia, per quel senso di communitas che creava».
Ad altre fotografie è affidato il compito di ricostruire la quotidianità dell’esistenza rurale e urbana in una prospettiva di scambio e dialogo in cui è ancora più chiaro l’intrecciarsi delle diverse classi sociali – in particolare nei raggruppamenti dei Ritratti (Figg. 33-36; 45-49) e dei Paesi (Figg. 37-40) –, ma anche un’inversione di prospettiva, quasi un ribaltamento dei canoni teorici consueti. A questo proposito, la serie delle Vedute (Figg. 41-44) merita un’attenzione specifica, con un richiamo a quello che è stato uno dei nostri punti di riferimento: gli Effetti del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, in cui, com’è noto, la città si mostra in un rapporto di stretta interdipendenza e dialogo con la campagna circostante. Il centro urbano fortificato e il territorio agricolo appaiono nell’opera come due spazi sociali distinti ma interconnessi: la raffigurazione mostra figure ed elementi rurali – persone, bestiame e prodotti della terra – all’interno delle mura cittadine, mentre nobili cittadini si dirigono verso la campagna. Ne emerge così un’immagine che suggerisce una relazione di reciproco beneficio per tutti gli abitanti. Il modello ideale di un rapporto equilibrato tra città e campagna, l’auspicata integrazione organica tra i due ambienti, è poi restituito dalla stessa costruzione formale e modulare dell’affresco, in cui i due contesti sono rappresentati in un perfetto equilibrio spaziale.
In un saggio del 1998, l’antropologa Maria Luisa Meoni, studiosa di cultura mezzadrile e attiva promotrice della valorizzazione museale del patrimonio contadino, offre un’analisi dell’affresco lorenzettiano accurata e approfondita e sostiene che dopo Lorenzetti non ci saranno più immagini di interrelazione così forte e dinamica tra città e campagna: Siena si chiuderà all’interno delle sue mura; l’ambiente rurale, quando raffigurato, comparirà piuttosto come sfondo o negli affacci dalla struttura urbana. La città espungerà la campagna dal proprio orizzonte concettuale e mentale.
Ora, la tendenza a rappresentare il paesaggio rurale come sfondo o quadro da ammirare a distanza va oltre il campo delle arti visive, interessando la letteratura, l’architettura e, più profondamente, l’organizzazione territoriale e l’immaginario collettivo. È una tendenza dominata dalla separazione concettuale tra urbano e rurale, dove il secondo viene oggettivato attraverso lo sguardo del primo.  Tradizionalmente, la città viene percepita come simbolo di progresso, dinamismo e connessioni globali, mentre la campagna è vista come custode dell’ambiente naturale, delle tradizioni e dei rapporti umani autentici, seguendo una logica di centro versus periferia. Tuttavia, come osservano più precisamente Pietro Meloni e Valentina Lusini in un saggio recente in cui viene esaminata la «sempre più stretta interdipendenza tra l’ambito del rurale e quello dell’urbano» (Meloni, Lusini, 2024: 155), negli ultimi decenni, le profonde trasformazioni culturali, tecnologiche e infrastrutturali hanno modificato radicalmente i rapporti tra città e campagna. Sono emersi nuovi fenomeni come l’ibridazione tra rurale e urbano, il ritorno della natura nelle città, l’esodo dalle metropoli verso le aree rurali e l’integrazione delle campagne nei circuiti globali. Questi cambiamenti multiformi e complessi rendono oggi inadeguata la semplice opposizione tradizionale tra urbano e rurale, richiedendo nuovi strumenti interpretativi per comprendere la realtà contemporanea.
Alcune di queste fotografie (Figg. 41-44) ci aiutano a ripensare il rapporto tra ambiente urbano e rurale in termini meno gerarchici, presentando uno scenario inverso, con città e paesi sullo sfondo e l’“urbano” inquadrato dagli affacci della campagna. Pur mantenendo una netta separazione dei livelli compositivi dell’immagine – c’è sempre un primo e un secondo piano –, è interessante notare come in questo caso la distanza fisica tra i due ambienti (agglomerati urbani e campagne) venga impiegata come strumento per mitigare la distanza concettuale. Questa operazione di inversione dello sguardo non è un semplice esercizio estetico, ma rappresenta un ripensamento delle relazioni spaziali dominanti. Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da crescenti preoccupazioni per la sostenibilità ambientale e la qualità della vita, riconsiderare il rapporto urbano-rurale diventa non solo un’alternativa concettuale, ma una necessità. In questo senso, sembra opportuno leggere la distanza fisica mostrata nelle immagini non in quanto conferma della separazione, quanto come dispositivo per ripensare categorie interpretative consolidate.
Ad avviare un processo di ripensamento del rapporto città/campagna possono aiutarci le osservazioni di Pietro Clemente (2022: 20): «Oggi il paese è la dimensione del cambiamento. Vedo un nuovo nesso città-campagna, un’idea di democrazia diffusa, di centralità della “coscienza di luogo”». Importante è che questi auspicati processi di sviluppo locale, fondati sulla «coscienza di luogo», siano sostenuti da un riconoscimento che parta dalle collettività, dalla gente che ha memoria dei luoghi. Perché il paese è prima di tutto comunità, cioè un insieme di relazioni e funzioni, un contesto di vita, come dimostra la raccolta di saggi dal titolo Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi (2022) a cura di Filippo Barbera, Domenico Cerosino e Antonio De Rossi, che discute una nuova prospettiva sull’immaginario relativo all’Italia rurale, sia decostruendo le narrazioni dominanti relative al binomio borgo/paese sia, più in generale, ripensando l’intimo rapporto urbano/rurale. Uno dei rischi dell’inversione dello sguardo è insito nella semplificazione delle rappresentazioni che riduce a mere attrazioni estetiche, a un insieme di stereotipi stabili e plasmati da logiche falsamente identitarie, il vasto patrimonio di tradizioni custodite nella storia delle diverse comunità locali. Solo sottolineando e valorizzando la loro natura di spazi collocati in una dimensione dinamica di scambio paritario, l’urbano e il rurale potranno interagire nell’affermare quella «coscienza di luogo» che pare essere la speranza implicita in molte delle ricerche dedicate al tema e che ha ispirato anche l’ideazione di questa mostra fotografica.
Esemplificative in merito le parole dello storico Rossano Pazzagli (2022: 44), direttore della Scuola di paesaggio «Emilio Sereni» presso l’Istituto Alcide Cervi:
«Se invertiamo lo sguardo, osservando l’Italia dalle sue campagne e dai suoi mille e mille borghi rurali tornati paesi, ci sembrerà intravedere un paese diverso, scorgendo equivoci, paradossi, dialoghi spezzati […] al di là delle siepi disfatte, dietro le finestre chiuse e gli intonaci cadenti, è possibile ritrovare valori e tradizioni non ancora spente del tutto, che non appaiano più soltanto tracce di passato, ma che divengano utili per un processo di rinascita delle comunità rurali come componenti significative della società e del territorio».

43. Otto Zenker, Donne che cuciono, San Gimignano, 01/06/1955, stampa su carta, 17,5 x 12,5 cm, P gelatina ai sali d’argento, Archivi Alinari, Firenze, FVD-F-013226-0000.

IV. Architetture urbane e vita quotidiana

La sequenza di fotografie selezionate per questo nucleo (Figg. 52-59) mostra l’evoluzione diacronica del paesaggio urbano, con particolare attenzione ai luoghi di aggregazione e scambio della collettività, dai lavatoi fino alla Stazione Nuova.
Simbolo della vita quotidiana di un tempo, i lavatoi erano molto di più che semplici strutture funzionali: essi svolgevano infatti anche un importante ruolo sociale. Come è estesamente documentato nel volume Siena e l’acqua: storia e immagini di una città e le sue fonti (1997) curato da Vinicio Serino o in La memoria dell’acqua. I bottini di Siena (2006) di Duccio Balestracci, Laura Vigni e Armando Costantini, ogni piazza, ogni contrada aveva la sua fontana, il suo lavatoio o il suo abbeveratoio. Lì si fermavano i viandanti, si recavano le donne, si intrattenevano i contadini con il loro bestiame. I lavatoi erano centri d’incontro, spazi di socializzazione, di scambio di esperienze, di confronto. Erano luoghi di aggregazione, dove si intrecciavano storie, relazioni e tradizioni e che proprio per questo creavano senso di comunità e appartenenza. Vi nascevano amori, circolavano pettegolezzi, si scambiavano informazioni, e talvolta si negoziavano affari o scambi di merce.
Soprattutto, l’istituzione e la diffusione dei lavatoi pubblici ebbe un impatto particolarmente rilevante sull’esistenza delle donne dell’epoca. Prima della loro comparsa, l’attività domestica del bucato si svolgeva nelle abitazioni. La consuetudine di recarsi ai lavatoi conferì alle donne nuova autonomia e possibilità di socializzazione: potevano recarvisi individualmente e in libertà, trasformando inoltre un’incombenza domestica in un momento di condivisione. Il lavaggio dei panni diveniva così un’occasione di socialità in cui le donne conversavano, si confrontavano, cantavano. Una dimensione sociale vissuta anche dai bambini, che facevano dei lavatoi luoghi in cui apprendere dai racconti delle madri, giocare, costruire relazioni.
Per comprendere l’importanza dei lavatoi pubblici a Siena è necessario inquadrare questa innovazione nel più ampio sistema di approvvigionamento idrico che caratterizzava la città fin dal periodo medievale. A partire dal XIII secolo, Siena aveva sviluppato un sofisticato sistema di captazione e distribuzione dell’acqua attraverso i celebri “bottini” sotterranei e le fonti pubbliche. Queste infrastrutture idriche anticipavano già nella loro concezione la logica funzionale che avrebbe caratterizzato i lavatoi moderni. Le fonti senesi tradizionali, come la celebre Fontebranda (Figg. 52-53), erano infatti strutturate secondo un sistema che prevedeva una distinzione degli usi: le classiche fonti del XIII e XIV secolo presentano tre vasche situate ad altezze differenti, ognuna delle quali adibita a una funzione specifica. L’acqua più pulita della prima vasca era riservata al consumo umano, la seconda vasca serviva per abbeverare gli animali, mentre la terza forniva l’acqua destinata al lavaggio dei panni. Questa organizzazione razionale dell’uso dell’acqua prefigurava la dimensione pubblica del bucato, creando di fatto un precedente storico per la socializzazione di questa attività originariamente domestica. Infatti, fu proprio sull’eredità di questi spazi idrici collettivi che si innestarono i moderni lavatoi pubblici senesi, che svilupparono una tipologia architettonica specifica, progettata per ottimizzare sia l’aspetto pratico che la dimensione sociale dell’attività. I lavatoi si configurarono così come vere e proprie “architetture della socialità”, facilitando l’incontro e la partecipazione comunitaria secondo una tradizione di uso pubblico dell’acqua che affondava le radici nella storia antica della città.

56. Fratelli Alinari, La Fonte Nuova a Siena, 1890 ca., lastra di vetro, 21 x 27 cm, N negativo gelatina ai sali di argento, Archivi Alinari, Firenze, ACA-F-009074-0000.

Conclusioni

Abbiamo inaugurato questo percorso espositivo digitale partendo dalla riflessione di Emilio Sereni sul paesaggio agrario: «quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale» (1972: 29). Attraversando epoche storiche e contesti diversi, abbiamo potuto constatare come questa definizione risulti pertinente anche per interpretare il paesaggio urbano. Oggi, l’insegnamento di Sereni continua a confermare la sua attualità e acquista una profondità ulteriore: il paesaggio va inteso come intreccio di memorie, identità e significati per le comunità che lo hanno plasmato e abitato. Ogni generazione eredita un paesaggio già modellato dalle precedenti e lo trasforma secondo le proprie necessità; ed è in questa prospettiva che il paesaggio diventa un archivio vivente di pratiche sociali e culturali, in cui si stratificano differenti temporalità.
Le immagini degli Archivi Alinari selezionate per questa mostra restituiscono non solo l’aspetto fisico dei luoghi, ma anche i gesti quotidiani e le relazioni sociali che animavano quegli spazi, permettendo di osservare come i cambiamenti tecnologici, economici e sociali siano inscritti nel territorio. Assumendo dunque il pensiero di Sereni e la visione di Lorenzetti come fili conduttori di questa narrazione visiva, l’intento è stato quello di documentare la storia di profonda intimità tra uomo e territorio abitato, la storia della nascita e della trasformazione dei paesaggi, tanto rurali quanto urbani, compresi entrambi come esiti e presupposti dell’attività e dei vissuti. L’obiettivo non è stato solo quello di ricostruire un quadro storico, ma anche quello di comprendere come questi paesaggi siano stati vissuti, trasformati, abitati, come le pratiche quotidiane abbiano modellato i territori e come i territori abbiano a loro volta influenzato le pratiche sociali. E in questo contesto la fotografia, in qualità di “lente” per indagare il valore e il senso, ci ha permesso non tanto di circoscrivere quanto di allargare il contesto: conservando memorie e testimoniando il divenire.

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